San Damiano

(Italia – 2025) di Gregorio Sassoli, Alejandro Cifuentes (86′)

In fuga dai fantasmi del passato, Damian (35 anni, polacco) parte per Roma in cerca di una nuova vita. Senza un soldo in tasca, arriva alla Stazione Termini. Invece di dormire per terra con i senzatetto, sale in cima a una torre sulle mura romane che sovrastano la stazione, facendone la sua nuova casa.
Sognando di diventare un cantante e assetato di amore, Damian si abbandona a Sofia, una senzatetto forte e carismatica. La loro storia d’amore divampa in mezzo al turbolento sfondo di Termini, catapultando Damian nel mondo capovolto di cameratismo e conflitti della comunità emarginata della stazione.
Qui, Damian trova la famiglia che non ha mai avuto. Ma con una psiche fragile, riuscirà a forgiarsi una nuova vita nel vortice di Termini?

San Damiano sembra non avere limiti, né confini e quelle immagini, reperti di storie viventi, sembra non siano più tabù da rompere o storie personali che debbano essere taciute. Un film che si avvale di una sincera libertà creativa che è davvero rara, in una stabilità che non si incrina neppure davanti ad un possibile eccesso. C’è una sorta di purezza che lo attraversa e c’è una verità che lo ha ispirato. Il disagio alcolico e psicologico di Damiano diventa vitale e così quello degli altri protagonisti del film. Sofia che sogna una vita da donna sposata, Dorota, Costantino e, gli altri appaiono come una nuova forma di convivenza, senza idealizzazioni, senza falsa retorica, ma solo una specie di rimbalzo da ciò che accade nel vero per diventare evento emotivo per lo spettatore. Forse non c’è più nemmeno la ribellione, ma solo l’adattamento ad un mondo parallelo, così invisibile che c’è bisogno del cinema per svelarlo.
Tonino de Pace – Sentieri Selvaggi

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