Kotoko

(Kotoko, Giappone – 2011) di Shinya Tsukamoto (90′)

Versione in lingua originale sottotitolata in italiano

Kotoko, una giovane donna che vive da sola col figlio neonato, è afflitta da una strana forma di allucinazione per cui viene aggredita da una versione malvagia delle persone che incontra e gli unici momenti in cui riesce a trovare pace sono quando canta o pratica l’autolesionismo. A causa di questi disturbi psicotici, il figlio le viene sottratto. Tentando di trovare un equilibrio, intraprende una relazione morbosa con uno scrittore dai modi gentili.

Lontano dal voler giocare con lo spettatore e libero di poter oscillare tra realtà e visione, Tsukamoto sceglie di raccontare uno smarrimento e di trattarlo come un tesoro prezioso.
Nuovamente, sono il disagio e l’incompatibilità con il mondo i protagonisti del suo cinema e lo stridere tra ciò che ci circonda e l’effettiva possibilità di viverlo, in Kotoko diventa preponderante.

La violenza e la brutalità quanto la leggiadria del canto e del ballo, l’incubo a occhi aperti e la disperazione, si alternano come essenze e tonalità diverse e agli antipodi di un’unica, dolce, sincera debolezza.

Non ci sono più l’espiazione, il potenziale, la salvezza data dal portare tutto all’estremo: in Kotoko rimane quel terremoto continuo che è l’essere al mondo, come frullato e disposto in un racconto in cui Tsukamoto riesce a sovrapporre il furore e il panico alla delicatezza e alla fragilità amplificando la legittimità degli uni e delle altre.

Kotoko è delirio gentile, umanità senza etichette, un percorso tortuoso e disperato in cui pochi frammenti sparsi ci concedono armonia. Cantare, ballare, i colori pastello che talvolta irrompono nell’immagine, giocattoli.

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