Nina Roza

(Bulgaria, Belgio, Canada, Italia) di Geneviève Dulude-De Celles (103′)

Versione in lingua originale bulgara e francese sottotitolata in italiano

Berlinale 2026 – Orso d’argento per la Miglior Sceneggiatura

Un video virale di una bambina bulgara di 8 anni, un prodigio della pittura, sta circolando online. Il fenomeno attira l’attenzione di un collezionista desideroso di acquisire le sue opere. Mihail viene inviato per valutare il valore dei dipinti della giovane ragazza. Deve tornare nel suo paese d’origine per la prima volta in quasi 30 anni e affrontare i fantasmi del suo passato.

In fondo, Nina Roza è un film sull’esilio dell’espressione, prima ancora che sullo sradicamento e la nostalgia. Cioè, si struttura intorno all’idea che la parola, il gesto, il segno non possano aver davvero senso se non nella fedeltà alla parte più profonda di sé stessi. Alla convinzione che l’unico posto che possiamo chiamare casa è quello che vive nell’intimo del nostro cuore. Racconta questo bisogno viscerale di saldare l’autenticità di ciò che si dice e la verità dell’intenzione alla libertà e alla consapevolezza di un percorso. Mica poco. È un terreno fragilissimo, attraversato da faglie, rotture, smottamenti, vicoli ciechi.
Aldo Spiniello – Sentieri Selvaggi

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